Di seguito riporto paripari la recensione del marito gastrofighetto sulla prima cena di San Valentino da sposati.

Si dicono cose mitologiche sul Combal.zero.
La prima che ho visto io è che ha il neon dell’insegna mezzo bruciato e non è stato un gran biglietto da visita.

Superata la difficoltà di capire da dove si entra, si viene accolti in una sala molto grande, con una serie di opere fotografiche ed elementi d’arredo di effetto.

Il locale però è solo così così: sembra un po’ trascurato e forse cambierei qualcosa anche qui, il parquet, ad esempio, è rigato qua e là, ma non con l’effetto di vissuto che potreste immaginare: è semplicemente vecchio. Diciamo che è comprensibile la mancanza della terza stella. Intendiamoci, non sei da Gigggi o’ zozzone, ma da un locale del genere mi sarei aspettato qualcosa di più.

Veniamo al cibo, il vero protagonista.

Iniziamo con un aperitivo analcolico alla frutta (ho appena preso una multarella e non vorrei fare il bis con ritiro della patente) accompagnato da grissini e pane aromatici. Il tutto con del burro servito a parte.

Pregevole la presenza della carta delle acque, noi scegliamo una Voss Still, quella artesiana e blabla -tra l’altro ho scoperto che andrebbe abbinata a carni bianche, beata ignoranza- e ha un ricarico tutto sommato basso.

Come menù prendiamo due Combal, io mi faccio inserire però una variazione, anziché la lingua o lo scamone, mi faccio mettere la (resa famosa da MasterChef) vitella piemontese razza fassona De “La Granda” al camino. Con un nome così non può deludere.

Si parte con un tonno di coniglio, porello, ma è di un buono… Il secondo antipasto è una ganache di cavolfiore con finferli (le garitule!) in brodo di stilton. Ecco, qui s’inizia a intravedere l’estro di Scabin: la ganache è tiepida e il brodo è leggermente più caldo, il tutto è leggermente neutro, ma è servito con dei crostini più salati, che ne esaltano il sapore. Buonissimo.

Continuiamo con il primo: maccheroni felicetti soufflé, ragout e fonduta di grana sedici mesi. Ci servono il piatto in una cornice (ah, l’ego) e pare un’isola in mezzo al mare: ragù supremo e soufflé indimenticabile.

Sullo scamone di vitella non saprei dire, anche se dalla regia mi dicono che è tutto buono (ma la carne un po’ grassa!). Io mi faccio prendere dal mio protagonista: un filetto di fassona femmena in doppia crosta, con puré e brodo a parte, insaporito agli odori. Da magnare rigorosamente con le mani. Qui c’è poco da dire: è uno dei filetti migliori che io abbia mai mangiato.

Il dolce è una cheesecake con composta di frutti di bosco. Leggera ma di gran gusto.

Siamo quasi alla fine, ci portano la carta dei caffè e, ahimè, manca l’unico che vorrei provare: il più raro del mondo, quello di Sumatra, quello che -per intenderci- è cacato dalle scimmie. Ripiego per un ottimo Jamaica, la regia ne prende un altro che non ricordo, ma che non impressiona (troppo acido).

Conto nella media, nemmeno alto per un locale del genere, sul ricarico e la qualità dei vini non saprei (ricordate la patente?)

Servizio impeccabile ma un filo lento e con qualche microscopica sbavatura al momento della commande, ma a Scabin gli perdoni questo e altro.

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