Nulla è cambiato: la fortissima emozione provata non appena atterrata su terra anglobarbara, gli odori di pollo fritto lungo le strade, la puzza omnipresente nelle stazioni della metro, il pianto a dirotto al momento di ripartire.
Sono stata a casa. Di nuovo, dopo quasi cinque anni.

Marito non ha smesso un attimo di maledire il quantomai mutevole tempo londinese, io sguazzavo nelle pozzanghere come una perfetta anatra di Hyde Park, senza curarmi della pioggia che mi ha infraciciato per la metà del tempo (solo quando stavo per entrare ridotta come una homeless di Victoria al Mandarine, hotel 5 stelle extra lusso dove abbiamo provato la cucina di Heston Bluementhal, ho avuto l’accortezza di darmi un’aggiustata al crine quasi violaceo).

Ho rivisto il British Museum e la National Gallery. Ecco, là qualcosa è cambiato nelle mie percezioni: mi ricordavo delle stanze enormi, mentre a distanza di tempo mi sembra tutto più ridimensionato. Quanti ricordi: ogni stanza mi riportava ai commenti fatti nei lunghi pomeriggi delle estati londinesi quando io e Ilia ci passavamo ore (ricordo come se fosse oggi il nostro stupore nel vedere per la prima volta la ricostruzione del Partenone e la stella di Rosetta).

Ho rivissuto l’atmosfera bohemienne di Portobello e quella trasgressiva di Camden, gustato la nuova cucina inglese (e quasi incrociato Gordon Ramsay al The Maze), scovato nuovi tempi dello shopping (primo tra tutti l’outlet di Paul Smith, cui abbiamo donato un rene a testa), accusato un tremendo colpo una volta scoperto  che il mio adorato Limelight, locale a Shaftesbury Avenue dove ho trascorso la maggior parte delle mie serate londinesi da fanciulla, ha fallito 3 anni fa.

Insomma,

the bad things in life were so few
those days are all gone now but one thing’s still true
when I look and I find, I still love you
I still love you