Ho lasciato “casa” meno di un mese fa in preda alla consueta angoscia per quando ci sarei tornata. Nulla, mi sembrava, poteva fare Marito per calmare i miei singhiozzi e rasserenarmi sul fatto che prima o poi ci saremmo tornati. E invece no: Cristian ha fatto il miracolo e ha trovato i bliglietti per le Olimpiadi! Tornerò a casa a fine luglio e andrò (finalmente) a Wimbledon.

Il mio interesse per il tempio del tennis non centra nulla con lo sport di per sè (che notoriamente mi fa dormire come un ghiro): è puramente sociologico.

E’ luogo comune, forse neanche tanto inventato, dire che gli inglesi siano tradizionalisti. Se questo è vero, Wimbledon ne è l’esempio più evidente. E’ luogo comune anche dire che gli inglesi siano popolo ricco di contraddizioni. Se questo è vero, Wimbledon ne è ancora l’esempio più evidente.

In sostanza, Wimbledon è l’Inghilterra. In nessun evento sportivo al giorno d’oggi si respira un’aria “antica” come quella che i giocatori respirano varcando i Doherty Gates, la celebre entrata del campo centrale.

Lo spirito fortemente aristocratico e tradizionalista del torneo emerge da tanti altri piccoli particolari. Gli atleti sono obbligati ad indossare una tenuta rigorosamente bianca; il giudice di sedia quando annuncia il punteggio o presenta i contendenti, appella tutti i giocatori come “Gentleman” o semplicemente con il cognome, mentre le giocatrici sono chiamate “Miss” o “Mrs”. I colori simbolo del torneo sono il verde e il viola, presenti nel logo ma soprattutto nella moltitudine di fiori disseminata per tutto il villaggio e gli impianti. 

Il torneo si disputa ogni anno sei settimane prima del primo lunedì di agosto, ne dura due e non si gioca nella domenica centrale in onore della Regina, salvo tre eccezioni nella storia, quando la pioggia insistente costrinse a giocare anche in quel giorno per recuperare alcuni incontri. Il pubblico del torneo è solito mangiare fragoline del Kent annegate nello champagne, o sorseggiare il Pimm, un cocktail a base di gin, limonata e frutta. Si calcola che i 500 mila appassionati che accorrono ogni anno consumino complessivamente ventisette tonnellate di fragole, dodicimila bottiglie di champagne e ottantamila bicchieri di Pimm.

Io non vedo l’ora di mangiare le mie fragoline, ma, soprattutto, di tornare a “casa”. Di nuovo.