La fermata elettronica annuncia: 105 tra 2 minuti. Facendo il
verso al servizio taxi. Ma quello conclude sempre indicandoti
il nome identiVcativo della vettura che arriverà. Che spesso è
un nome di animale: Lupo–15, Aquila–21. . .
Invece l’autista dell’autobus che mi si ferma davanti ha la
faccia da montone, con quella chioma particolare e le orecchie
che la tengono a bada come grossi fermagli rotondeggianti.
Mi isso con fatica a bordo superando lo scomodo scalino:
che sia troppo alto, o forse troppo bassi i marciapiedi? Devono
essere i miei sessant’anni, ma mi secca ammetterlo. Mi guardo
intorno avvolta da un mix di odori etnico, esotico. Composto
da eYuvi provenienti da persone e fardelli vari.
Il borsone mi pesa: as usual.
«Quiere tomar asiento?» mi dice un tipo Vssandomi mentre
si alza, scavalcando il grosso zaino ai suoi piedi, «por favor,»
aggiunge con un sorriso.
Mi accomodo, nel vero senso: mantenendo il suo bagaglio
tra i miei piedi e poggiandoci sopra il mio.
«Muchas gracias, chico!»
Apro il libro che una mia amica mi ha mandato perché le
faccia una recensione e mi immergo in una lettura disturbata
dall’incessante tremolio, ché a tratti pare di essere su un treno
che supera gli scambi, taratan taratan taratan, mentre si tratta
solo di fondo stradale sconnesso.

Dopo qualche fermata scende la donna seduta accanto a me
e il giovanotto siede a sua volta.
«Perdon.» Fa per riprendersi il suo zaino. Sollevo il mio
borsone per agevolare l’operazione. Glielo scivolo incontro e
così sento come pesa.
«Bombon?» mi oUre una caramella da una scatolina deliziosa:
uhm! Sono una collezionista di questo tipo d’oggetti e provo
quasi una libidine ogni volta che ne vedo una. Dicono indichi la
mancanza della Vgura materna. Ma allora dovrei collezionare
bauli.
La conversazione “sorge spontanea”.
«Me llamo Elia,» mi dice, «e vengo dal Cile.»
«Sos estudiante?»
«Ultimo año, Facultad de Fisica, y vos?»
«Yo soy una mujer que escribe y querría ser una escritora. . . »
Ridiamo.
«Tienes libros en la maleta?»
«Seguro! para vender!!»
«A ver?» mi dice incuriosito. Gliene mostro uno che per
caso ho con me in quanto la segretaria del dottore dove mi reco
me lo ha ordinato. Sulla copertina c’è un Vore, il titolo è “Flor
de vidrio”.
«Es un estudio botanico?»
Sorrido. Gli illustro sinteticamente il tema del libro. E poi
chiedo:
«te gustan las plantas? que tienes en tu maleta?»
«Me encantan los àrboles y en esta maleta tengo instrumentos
para mi trabajo.»
«Què trabajo?»
«Soy un podador de àrboles y aquì llevo mi Black and Decker.»
«Trabajas para el Ayuntamiento de la ciudad?» gli chiedo se
lavora per il Comune.

Testo tratto da “Benvenuti a Bordo – un Anno sul 105” di Claudia Calisti, pubblicato da Photocity Edizioni.